La
Madonna del Monticino
di Brisighella
di FILIPPO BRICCOLI
(da "Santini et Similia", a. VII (2001),
n.26) |
Brisighella
è un borgo suggestivo, posto sulle ultime
propaggini
dell'Appennino tosco-romagnolo,
nella vallata del fiume Lamene, sulla strada
statale Faenza-Firenze,
a pochi chilometri dalla città dei Manfredi.
Colpisce il visitatore una caratteristica
orografica del tutto originale:
a ridosso del paese si ergono tre speroni di
roccia gessosa
che quasi abbracciano e proteggono il nucleo più
antico del borgo
arroccato sulle loro pendici.
Su uno di questi pinnacoli svetta la torre
dell'orologio,
baluardo di difesa risalente alla fine del
Duecento, rimaneggiato più volte,
ridimensionato poi nell'Ottocento con l'aggiunta
dell'orologio.
Su un altro colle troneggia un complesso
fortilizio i cui elementi principali
risalgono al '400 (il Torricino dei Manfredi di
Feanza)
ed al '500 (il Torrione veneziano). |

Cartolina della litografia Morgagni,
fine sec. XIX. |

Rassegna
della Commissione esecutiva per le Feste
Centenarie:
Settembre 1926. Anno VI, n. 3, straordinario:
Copertina del ceramista Pietro Melandri |
Sul
terzo poggio domina il santuario della Madonna
detta "del Monticino",
entro il quale è custodita e venerata un'antica
targa devozionale
(una maiolica del XVII secolo, con una precisa
data impressa: 1626)
raffigurante la Vergine con il Bambino, così
descritta negli Atti della visita
del vescovo Vitale De' Buoi, effettuata al
Santuario nel 1771:
«E di terracotta vetrata, col S. Bambino Gesù
in brazzio, alta circa un piede,
larga circa otto onzie, con i panneggiamenti di
varii colori,
ed ha alcuni punti di rame nella testa,
dove era fesa da gran tempo in qua:
ed è fermata in un cassettino di legno
intagliato d'avanti e indorato:
ed ha in capo una piccola corona di piastra
sottile d'argento
sostenuta da due piccoli Angeli d'argento
consimile».( l )
L'aspetto attuale del Santuario e delle sue
adiacenze è il risultato
di un lavoro di restauro effettuato nel 1963,
dovuto alla munificenza
dei fratelli cardinali brisighellesi Amieto
Giovanni e Gaetano Cicognani,
per onorare la Santissima Vergine che, nella
piccola targa devozionale,
è raffigurata in rilievo a mezzo busto, con un
manto verdeazzurro
che le copre il capo scendendo giù sulle spalle,
sopra una tunica rossastra
stretta alla vita da fascia bianca.
Con la mano destra regge il Bambino Gesù in
piedi,
e lo stringe a sé con il braccio sinistro. Sotto
il gomito destro è inciso
il volto di un cherubino. Al centro in basso,
entro un piccolo riquadro,
la data 1626 in rilievo. Purtroppo la targa non
è integra, come è stato
già notato in passato: spezzata in due da
incauta mano all'atto del distacco
dal pilastro, alcuni punti metallici legano
insieme le parti.
La storia ci ricorda che, nel 1626, il territorio
brisighellese apparteneva
allo Stato della Chiesa ed era retto da
Governatori e dal Consiglio comunale.
Sul trono di Pietro era assiso Urbano VIII (1623-1644)
appartenente alla
potente famiglia dei Barberini. |
 |
Le
cronache inoltre, riferiscono che l'anno in
questione, il 1626,
era iniziato molto gioiosamente per gli abitanti
di tutta la vallata,
chiamati a festeggiare solennemente, il 19
gennaio, monsignor Bernardino Spada,
nunzio in Francia (Brisighella 1594-Roma 1661)
elevato all'onore della
porpora a soli 32 anni, con il titolo di S.
Stefano al Monte Celio.
Tuttavia nessun documento conosciuto riporta il
nome di chi lavorò
quell'antica maiolica, collocata in un umile
pilastro, probabilmente nel 1626,
posto subito dopo Porta Benfante, uno degli
antichi ingressi
che si aprivano nelle medievali mura che
circondavano Brisighella.
Da questa porta si snodava lungo un'erta sassosa,
un sentiero che si divideva in due.
Il ramo destro, più faticoso e scabro, si
inerpicava su un terreno gessoso
ed era percorso dai paesani diretti verso la
parte più alta
del territorio, nella sparuta, gessosa collina.
Su questo sentiero, a pochi passi dalla porta, al
di fuori delle mura,
l'immagine della Vergine con il suo Bambino,
appena adorna
di qualche fiore campestre, o fregiata di modesti
quadretti votivi,
confortava e benediva il povero viandante che si
affannava nell'aspra salita,
o che, stanco e impolverato, portava verso casa,
sulla schiena
o su un somarello, una fascina di rami secchi e
qualche frutto campagnolo.
Quel solitario pilastro confortava la povertà di
quei silenzi,
animava la solitudine di quei sentieri riarsi
d'estate e crudi d'inverno,
riscaldando e rinvigorendo le speranze di tanti
cuori,
accendendo feconde scintille di devozione.
I passanti più fidenti non mancavano di
scoprirsi il capo,
di mandare un devoto saluto, di portare fiori o
di sostare
in silenziosa preghiera di fronte alla familiare
immagine. |
Ben
presto nella vallata e in paesi sempre più
lontani si sparse
la voce dei prodigiosi interventi profusi dalla
Vergine dispensatrice di grazie;
ben presto il numero dei fedeli appositamente
diretti alla ricercata
edicola aumentò di numero e di frequenza; ben
presto persone singole o in gruppo,
pellegrini sempre più numerosi, provenienti da
paesi e campagne,
si vedevano camminare verso Porta Benfante per
impetrare grazie,
venerare o ringraziare la Madonnina anche con
offerte votive.
L'individuale omaggio si era rapidamente
allargato,
quasi esploso nel culto collettivo.
Fu chiaro allora che quella semplice e romita
formella, ricercata
e visitata da tante persone, necessitava di una
collocazione più idonea,
di un luogo più decoroso e funzionale adatto a
raccogliere la viva devozione
di un numero sempre più numeroso di fedeli.
Così, nel 1662, per unanime desiderio del Clero
e del popolo brisighellese,
la sacra Immagine venne rimossa da quel pilastro
per essere solennemente
traslata in una chiesuola costruita grazie alle
"limosino" dei benefattori,
ma "piccolina assai", come dirà il
canonico Giovanni Benericetti,
amministratore del santuario, un secolo dopo(2).
Il luogo fu trovato su un colle sovrastante,
detto Monte Cozzalo
e anche Calvario {per il suo aspetto dirupato e
scosceso),
donato poi dal patrizio faentino Alessandro Naldi
con pubblico atto notarile.
Quel cucuzzolo, dalla sommità piana e larga, fu
da allora chiamato "il Monticino":
era l'8 settembre, giorno consacrato alla
Santissima Vergine.
Da quel giorno e in quel giorno la Madonna del
Monticino verrà onorata,
ogni anno, da tutta la comunità;
con solenni funzioni religiose e pubblici
festeggiamenti.
Nella nuova, alta dimora l'affluenza dei devoti
aumentò ancora;
il culto popolare crebbe rapidamente, mentre
suppliche e invocazioni
sgorgavano con più intenso fervore dai cuori dei
fedeli
i quali ricompensavano con doni, pietre preziose
e argento la cara immagine.
Dopo pochi decenni la cappellina risultò di
nuovo inadeguata
ad accogliere un flusso di pellegrini sempre più
nutrito. |

Targa
devozionale in ceramica policroma.
Produzione romagnola (Faenza o Brisighella).
Il modello plastico è possibile opera di
Giuseppe Rosetti detto il Mutino
(1864 - 1939) |

Targa
devozionale in ceramica policroma.
Produzione romagnola (Faenza o Brisighella).
Il modello plastico è possibile opera di
Giuseppe Rosetti detto il Mutino
(1864 - 1939) |
Sullo
stesso luogo fu eretto, perciò, un vero
Santuario,
aperto al pubblico 1'8 settembre 1758, terminato
nel giugno del 1759
e divenuto, in breve tempo, il più rinomato
della diocesi faentina.
Tanto rinomato da attrarre la devota attenzione
del "vagabondo di Dio"
Benoìt Joseph Labre (Amettes 1748-Roma 1783),
asceta, pellegrino
e penitente francese, errante per l'Europa alla
ricerca
di santuari mariani da visitare(3).
In questo nuovo contesto apparve subito doveroso
e necessario garantire la presenza giornaliera di
un sacerdote
sia per le funzioni liturgiche sia per
l'assistenza spirituale alle persone.
Così, nel 1669, fu nominato un cappellano-custode
nella persona del sacerdote Francesco Reggitori;
ma solo molti anni dopo, precisamente nel 1841,
si venne nella determinazione di obbligare il
cappellano-custode
a prendere dimora stabile al Monticino.
Altre tappe significative furono: nel 1773, la
costruzione del campanile;
nel 1826, la celebrazione del secondo centenario
del culto,
in riferimento alla data portata nella formella (1626);
nel 1899, speciali funzioni con preghiere di
ringraziamento
volute dal papa Leone XIII in tutti i Santuari
mariani,
per la chiusura del secolo XIX; per l'occasione
fu grande il concorso di popolo
proveniente dalla vallata e da tutta la diocesi.
Nel 1934, la sera dell'8 settembre, il cardinale
brisighellese Michele Lega
incoronò solennemente, con diadema d'oro, l
a veneratissima Effìge.
Ma è al 1926 che sono legate le testimonianze
e i ricordi dei festeggiamenti voluti per il III
centenario
del culto alla Beata Vergine del Monticino,
feste che furono annunciate e precedute, fin dal
maggio 1921,
dalla pubblicazione di un periodico di carattere
storico-religioso,
la «Rassegna della Commissione Esecutiva per le
Feste Centenarie».
Come da tradizione (e così ogni anno) l'immagine
della Madonna
venne trasferita dalla sua sede abituale, il
Santuario,
alla Collegiata di Brisighella,
situata al centro del paese, ove restò per
alcuni giorni.
Ancora si parla di quella famosa
discesa serale tramandata, nel ricordo popolare,
come «spettacolo suggestivo ed indimenticabile,
rallegrato dallo splendore dei ceri e dai
variopinti palloncini.
Sulle cime, a ridosso colli che circondano la
nostra valle,
si accendevano e brillavano numerosissimi fuochi
in segno di viva esultanza(4).
|
Il popolo accorso
non riusciva a trattenere la commozione fra gli
inni, i plausi e le invocazioni alla Vergine,
il profumo degli incensi, la fragranza di fiori
multicolori e il canto delle campane di tutte le
altre chiese, l
ungo le strade illuminate e pavesate, sotto una
pioggia di variopinti volantini con frasi
inneggianti alla Vergine.
La religiosità popolare è molto viva in tutta
la vallata, ma il culto alla Madonna del
Monticino
è particolarmente sentito e radicato nell'animo
di tutti i brisighellesi, anche di quelli
lontani, i quali tutti,
da qualsiasi residenza, ritornano ogni anno al
paese natio nella prima quindicina di settembre.
La Beata Vergine brisighellese, Patrona e Regina
della vallata del Lamone, ha sempre mostrato la
sua benevolenza
e ha riversato grazie e favori sul popolo
supplice, trovando nella popolazione tutta una
profonda corrispondenza
di amore, di devozione e di gratitudine. Ne sono
testimonianza molti ex-voto in argento e varie
tavolette votive,
su legno e su tela, espressione pittorica di
gratitudine, di devozione e di pietà popolare.
Queste ultime costituiscono un insieme di trenta
quadretti rimasti nel tempo, che vanno dal 1715
al 1965,
amorevolmente custoditi nel Santuario.
Rappresentano scene di scampato pericolo o di
implorate guarigioni,
risolte per l'intervento miracoloso della Vergine
in veste di Soccorritrice e Risanatrice.
Da tre secoli e mezzo la cara e venerata immagine
di Maria continua ad effondere su coloro che a
Lei ricorrono,
e su tutta la vallata, i doni splendidi della sua
protezione.
Filippo Briccoli
|
NOTE:
1) «Rassegna della Commissione Esecutiva per le
Feste Centenarie», p. 6, n. 1, A. I, 1921.
2) «Rassegna...», op.cit., p. 4.
3) N.d.A. Benedetto Giuseppe Labre rese omaggio
alla Madonna del Monticino nel 1774,
l'anno della sua stabile dimora in Italia, quasi
sempre a Roma, dove morì nove anni
dopo nella più assoluta e squallida indigenza.
Fu canonizzato da Leone XIII nel 1881.
Un bel quadro ad olio di Fausto Ferlini (1917-1992)
riproduce il Santo pellegrino
in estatica preghiera di fronte all'immagine
della B. Vergine.
4) ALESSANDRO POMPIGNOL1, La Madonna
del Monticino, p. 26, Imola, Nuova Grafica, 1996. |
CENNI
BIBLIOGRAFICI:
A. CERONI, D. CARROLI, Guida di
Brisighella, 1969.
G. CICOGNANI, I. ORIANI, Museo del
lavoro contadino, Faenza, Tip. Faentina,
1991.
Mons. F. LANZONI, Cenni
storici di Brisighella, Collana «Brisighella
ieri e oggi», a cura del Comune, 1971.
A. METELLI, Storia di
Brisighella e della Valle di Amone, Faenza, Tip.
Conti, 1869-1872.
A. POMP1GNOLI, La
Madonna del Monticino, Imola, Nuova Grafica,
1996.
M. TABANELLI, Dionigi di
Naido da Brisighella, condottiero del
Rinascimento, Faenza, Stab. Grafico F.lli
Lega, 1975 |
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