I tabernacoli arborei
Collina Bolognese, foto maria Cecchetti, 1977

La soluzione più “naturale” per l’esposizione
di un’immagine sacra in una struttura autonoma,
cioè slegata da un altro edificio: casa, stalla o fontana,
è l’esposizione ad un albero:
architettura naturale e struttura vivente,
sempre suggestiva, se non altro, per il suo disegnare nello spazio la trama delle relazioni fra terra e cielo.

Sono alberi che segnano i confini delle proprietà
e per questo scelti fra le specie non da frutto,
ma a vita secolare.
L’esposizione di una immagine su di essi risponde simultaneamente a più motivazioni,
fra loro correlate: la qualità sacrale riconosciuta
agli alberi in più religioni,
la natura “vivente” della struttura espositiva,
la posizione confinale ad essa assegnata...
La prima proprietà di un albero confinale
è la sua inamovibilità, che garantisce la “stabilità” dell’esposizione nel tempo.
Si tratta però di una “stabilità dinamica”
poiché l’albero nel tempo muta
nelle dimensioni e nelle forme.

Appennino tosco emiliano, foto. Maria cecchetti, 1978.

L’esposizione di un’immagine sacra su di un albero
è come un progetto “aperto” per un tempio la cui costruzione
è pensata sempre “in fieri”,
ogni anno rinnovata da potature e riassetti
che ne modificano la forma in funzione dell’immagine esposta.
In vecchie foto possiamo vedere alberi
che espongono immagini potati a fiorera,
o a nicchia, o a padiglione;
quei pochi che ancora oggi esistono
mostrano comunque accurate potature
alla biforcazione che accoglie il tempietto
per l’immagine o, più semplicemente addobbi
di rampicanti appena un poco raccolti,
quel tanto che basta per dare risalto all’immagine esposta.

Basti pensare a quanti piccoli e grandi santuari
portano dedicazioni mariane di origine “arborea”
(dell’Olmo, del Faggio, dell’Acero, della Quercia,
del Piratello, del Melo....)
per comprendere come quell’antico albero prescelto
abbia avuto un privilegiato destino,
e come la natura di quella prima esposizione non avesse certo intenzioni effimere.

(M.C.)