La soglia di casa

Appennino Bolognese.
foto M. Cecchetti, 1980.
Un denominatore che accomuna le varie forme
di collocazione dell'immagine sacra nel paesaggio architettonico e naturale
sembra potersi determinare identificando il luogo dell'esposizione
come un «luogo di passaggio».
Troviamo infatti immagini sacre esposte ai bivi, ai crocicchi,
ai ponti, ai confini delle proprietà, ecc.: questi sono tutti luoghi
che mettono in relazione spazi diversi fra loro.
Il ponte mette in comunicazione due rive altrimenti separate,
il bivio e il crocicchio segnano la possibilità -
o la necessità - di una variazione decisiva lungo un percorso stradale.
Questi «luoghi di passaggio» rappresentano perciò
il punto in cui si verifica una sorta di necessità
di cambiamento o "discontinuità spaziale";
Resta però molto problematico chiarire perché tali discontinuità
richiedano il presidio di un'immagine sacra.
Tra tanti passaggi - o discontinuità -
che nel nostro Appennino Toscop Emiliano
noi vediamo segnati da pilastrini, nicchie, alberi confinali ,
che espongono tabernacoli, il passaggio che vede statisticamente
il numero più alto del contrassegno di un'immagine sacra,
è la soglia di casa.
Il varco della porta di casa è infatti il luogo
che mette in relazione lo spazio intimo e privato,
proprio del nucleo familiare,
con lo spazio libero della natura e dei contatti sociali o pubblici:
due tipi di spazio diversi non solo sul piano architettonico ma,
come si può ben capire,
anche per implicazioni più profonde.
È indubbio che il varco della porta di casa
è sempre stato percepito, anche in società molto arcaiche,
come un luogo connesso a fatti sacrali.

Guardando i tabernacoli
sulle porte di casa nel nostro Appennino
sembra però alquanto improbabile vedere
dietro ad essi
implicazioni di paganesimo arcaico,
dato il tono «domestico»
delle loro forme e l'esplicito,
limpido obiettivo devozionale
che essi si propongono.
Eppure non deve essere trascurata la considerazione
che diffìcilmente un fenomeno assume caratteri
tanto costanti nel tempo e in culture diverse se non ha radici
anche in schemi comportamentali legati
ad arcaici «riti di fondazione»,
rimanendo del resto intatte le finalità religiose
che il fenomeno si propone nelle specifiche,
diverse, situazioni particolari.


Appennino Bolognese.
Foto M. Cecchetti, 1980.

Varcare il confine della soglia di casa
per penetrare nel suo interno, può essere stato visto,
in altri tempi e culture, come l'infrazione di un confine sacro,
quindi come un atto di sacrilegio. Antichi riti comportavano,
al momento della costruzione della casa, il seppellimento
sotto alla soglia dei pegni sacrificali a riscatto di quell'inevitabile futuro sacrilegio.
Segni e simboli plastico-archi-tettonici potevano ornare la porta
come richiamo a quei riti. L'immagine sacra sulla porta
delle antiche case nel nostro Appennino sottolinea la sacralità del luogo
anche se ormai appare del tutto estranea l'implicazione sacrilega.
Tuttavia, non va trascurato, che la nicchia sulla porta, di norma,
fa parte integrante del progetto edilizio globale,
al punto che giunge ad esprimere simbolicamente
l'atto di fondazione dell'edifìcio,
quando espone date e sigle dedicatorie.
Va notato, inoltre, che l'immagine è sempre esposta
verso l'esterno: sicuramente per "pubblicizzare" un gesto devozionale
altrimenti privato, ma forse anche per proteggere quel «passaggio»,
nel cui atto fisico di penetrazione all'interno si configurava,
in altri tempi, il sacrilegio.


Centro storico di Faenza.
Foto M. Cecchetti, 1983.

Appennino Bolognese.
Foto M. Cecchetti, 1980.
Dal punto di vista architettonico, le forme espositive
sono in perfetta sintonia con il resto dell'edifìcio portante.
Le cigliature delle nicchie possono essere in macigno, o in cotto,
sagramato o intonacato,
e ripetono, oltre che nei materiali anche nel disegno,
la forma delle cornici delle finestre,
dell'arco o dell'architrave sulla porta.
Le nicchie sono più o meno profonde
a seconda dell'immagine che devono esporre.
Quando si tratta di una targa ceramica
questa può essere semplicemente appesa sulla superficie muraria
senza altre strutture.
A queste forme «murarie» se ne possono accompagnare
altre più effimere come: crocette lignee, placchette in metallo,
immagini cartacee,
infisse nel legno dei battenti della porta o,
ancor più semplicemente, su quel legno,
possono vedersi segni di cro-ce, graffiti o dipinti a vernice.
La disposizione simmetrica, al centro dell'architrave
o sulla chiave di volta, che è la più diffusa,
non dipende solo da leggi puramente estetiche,
poiché tale simmetria esprime simbolicamente la centralità
di un luogo in cui hanno inizio e fine tutte le direzioni dello spazio.
Tale centralità resta valida anche in una lettura statico-architettonica,
infatti, la chiave di volta, ad esempio, è il luogo neutro
dove si equilibrano le spinte e controspinte della struttura dell'arco.
Considerando quindi la geografìa dei tabernacoli di devozione
come una geografia dei «luoghi sacri»,
il tabernacolo sulla soglia di casa è quello
dove meglio che in altre tipologie collocative,
si rivela una significazione topologica
che va oltre la tipicità topografica.
Concludiamo con la considerazione che ogg
è completamente mutata la dinamica psicologica
che mette in relazione lo spazio pubblico con lo spazio privato,
per cui raramente potremo trovare
recenti collocazioni di immagini sacre
sulla porta esterna in un condominio
(anche in quelli della nuova urbanistica del nostro Appennino)
ma all'interno delle singole «cellule abitative»
possiamo vedere, appesi sulla porzione di parete
che sovrasta il varco della porta, un'immagine di «Immacolata»
o di «Crocifisso», a protezione di un confine
al di la del quale l'uomo si sente sempre un po' straniero.


Centro storico di Faenza.
Foto M. Cecchetti, 1983.