I pilastrini
Alta valle del Savena, foto Maria Cecchetti,1978.
Queste costruzioni vengono chiamate: tabernacolo, maestà, capitello, verginina, santella …Ma in Emilia - Romagna, il loro nome è: pilastrino. Alla parola pilastrino associamo un oggetto ben noto, incontrato mille volte lungo le vie: un piccolo edificio le cui forme ricordano, in dimensioni ridotte, quelle di un campanile. Uno zoccolo sorregge un fusto a sezione quadrata su cui poggia un tempietto a una, o tre, o quattro nicchie, coronato da una cuspide desinente in una croce. In macigno scolpito sono quelli lungo le vie dell’Appennino tosco emiliano, in muratura di laterizio invece quelli della pianura, con possibili eccezioni e non rari casi di muratura mista. Come per i campanili, a cui sembrano ispirati, il loro profilo cambia con l’evolversi del gusto, secondo un disegno dei dettagli e delle linee di raccordo, ora più squadrato e ora più sinuoso, a seconda delle mutevoli sorti vissute dal barocco architettonico, e la cui forma complessiva più tipica viene a definirsi nel ‘700.
Così come le targhe devozionali sono un prodotto spontaneo, laterale, ma non secondario del lavoro delle fornaci per il vasellame, allo stesso modo i pilastrini escono, altrettanto spontanei, ma non senza un accurato progetto, dalle fornaci per il materiale edile. Le cornici modanate in tori, scozie, gole dritte e rovesce, le mensole con modiglioni, i tempietti con timpani curvi, rettilinei, mistilinei, le cuspidi dal profilo agile, sono quasi sempre pezzi modellati appositamente per ogni singolo pilastrino. Accanto al lavoro seriale della produzione dei laterizi, le fornaci riservavano uno spazio, più specialistico, per i pezzi "su misura", fra questi immaginiamo non fosse insolito mettere in lavorazione le varie parti necessarie ad assemblare un pilastrino
Appennino Tosco Emiliano, foto Maria Cecchetti, 1978
Collina Bolognese, foto Maria Cecchetti, 1977 Così tipici da apparire tutti uguali, ad una più attenta osservazione i pilastrini rivelano caratteri diversi nella qualità della pietra o nel colore del cotto, nel disegno dei particolari, oltre che nelle modalità della muratura a vista o dell’intonaco, distinguendosi per aree territoriali, così che pilastrini con quel particolare fusto cilindrico li possiamo trovare nella zona di San Pietro in Casale, mentre certe mensole a peduccio sono solo ad Argelato e certi mattoni rosati, ben disposti "alla fiamminga", sagramati e politi, formano il fusto in altre località.

Posti in passato a catalizzare l’attenzione devota del passante, sono a noi ormai così usuali da non risvegliare l’osservazione critica e di conseguenza, purtroppo in molti casi, quel rispetto che le cose belle di norma suscitano. Belli non sembrano, ora che sono stati depredati dalle immagini, nascosti dai segnali stradali, inclinati dallo scavo di una ruspa indifferente, semi abbattuti dalla sbandata di un TIR, scheggiati da sassaiole e schioppettate di chi un bersaglio deve pur trovarlo. Ma pure capita di vederne alcuni che non portano traccia di degrado alcuno, né fisico, né morale. Sono in questi casi ancora con le loro belle targhe settecentesche, hanno fiori e lumi sulla mensola e piante decorative alla base; agili e determinati, da alcuni secoli puntano le loro cuspidi verso il cielo, ancora una volta a ripetere nello spazio fisico quella tensione ascensionale propria dello spirito dell’uomo, che lo costringere a immaginare che sia in ogni caso "verso l’alto" il luogo del suo vero e ultimo destino.
Ma quel che conta è che i pilastrini oggi capita di vederli censiti, fotografati, catalogati e raccolti in pubblicazione a cura di qualche intelligente iniziativa locale (operazione questa persuasiva più di qualsiasi altra al recupero e restauro).
E’ certo: per i Pilastrini e le loro Madonnine non è una storia finita.
(M.C.)

Appennino Bolognese, foto maria Cecchetti, 1979 Appennino Bolognese, Foto Maria Cecchetti, 1980

 

 

 

pilastrini della pianura bolognese
foto Gruppo Giovanile Parrocchia di San Pietro in Casale, 1995