targhe, mattonelle, acquasantiere, piccole sculture

Il Centro Culturale “Giorgio La Pira” di Minerbio (Bologna) in occasione della mostra “Segni della pietà popolare” (cfr. Mostre) ha provveduto al restauro di alcune opere del territorio fra cui l’antica “Madonna del Melo”.
(C. FANTAZZINI, S. Martino in Soverzano e S. Giovanni in Triario, 1981, Bologna).

  Foto Lucia Vanghi, 2002

Madonna del Melo
fine sec. XV – inizio sec. XVI,

bassorilievo in scagliola (cm. 35 x 46),
in cassetta lignea di pioppo (cm. 38,5 x 49),
proveniente dal "Convento del Melo" .

 

Il restauro della Madonna del Melo
(di Lucia Vanghi)

L’immagine:
La Madonna, con il capo scoperto ed i capelli sciolti, tiene in braccio il Bambino, che stringe nella mano sinistra una melagrana; il Bambino porta monili di corallo al collo e ai polsi; entrambi hanno il capo circondato da un’aureola a rilievo. L’immagine ha un’incorniciatura rettangolare profilata da semplici modanature che in basso disegnano una piccola predella. Nella predella sono disposti simmetricamente tre ornamenti circolari formati da cornucopie a ghirlanda, in quello centrale è inscritto uno stemma, nei laterali vi sono due figure a mezzo busto togate. L’opera , eseguita a stampo è stata inserita in una cassetta lignea. Durante il lavoro di restauro è stato rintracciato il resto di una corda di canapa, passante sul retro all’altezza del capo della Vergine, posta per rendere più agevole l’affissione dell’immagine.

Stato prima del restauro:
L’immagine si presentava con crepe aperte, con parti tra loro sconnesse, con antichi incollaggi non più validi; il modellato presentava lacune e la consistenza della scagliola risultava alquanto fragile; la struttura lignea appariva indebolita da umidità e insetti xilofagi. Inoltre tutta la superficie del rilievo presentava sovrapposizioni policrome grossolane.

Indagini e sondaggi:
Prima e durante i lavori l’opera è stata analizzata ed è risultato che era già stata oggetto di almeno due precedenti restauri: uno eseguito plausibilmente verso la metà del ‘600, l’altro nella seconda metà del secolo scorso.
- Il restauro del ‘600 fu probabilmente reso necessario da spaccature apertesi sul lato sinistro e da degrado della superficie dorata e policroma. L’immagine fu quindi resa più solida “affogandola” nel gesso dentro una cassetta di legno, utilizzando anche della stoppa come riempimento di schiena e una mistura a base di cera per gli incollaggi. La fessura a destra venne raccordata consumandone i bordi, e adattando il modellato del lembo inferiore del manto. Venne rifatta la coloritura del fondo applicando un azzurro su una nuova preparazione rossa, nonché la doratura della cornice, delle aureole e del bordi delle vesti. Il risultato fu di restituire solidità all’oggetto, ma con asimmetrie nella ricomposizione delle parti, e con sconnessioni fra i piani del modellato. L’insieme venne poi inserito in una ancona lignea decorata a finto marmo e munita di vetro anteriore.
-Il secondo restauro, databile all’ultimo dopoguerra, fu probabilmente reso necessario da ulteriori fratture e dal deterioramento della superficie pittorica. Questa volta l’incollaggio fu eseguito con mastice sintetico, senza smontare completamente l’opera. La superficie fu decorata di nuovo con pesante vernice azzurra e porporina.
Foto Lucia Vanghi, 2002

Criteri del restauro:
Restituire solidità all’immagine e alla sua struttura espositiva.
Riconoscere valori di storicità al restauro secentesco.
Ricomporre una forma estetica più vicina all'originale.
Rispettare alcuni valori essenziali della consuetudine all’immagine da parte della comunità

I lavori:
L’opera è stata smontata in tutte le sue parti.
Per liberare l’immagine dalla cassetta si è dovuto estrarre una grande quantità di chiodi, consumando poi lentamente i diversi ancoraggi che bloccavano il retro del bassorilievo alla tavola di fondo, fino ad ottenere 7 pezzi separati; quindi, dopo aver contrassegnato i punti di contatto, sono state eliminate le stuccature più grossolane e le tracce dei vecchi incollaggi.
Una accurata pulitura è stata estesa a tutte le superfici, mantenendo le tracce più antiche di “doratura” e quelle (molto scarse) dell’azzurro secentesco.
Tutti i pezzi sono stati poi consolidati e in seguito ricomposti con l’aiuto di una schema su carta millimetrata e riapplicati sul piano di legno. I margini della cassetta, opportunamente trattati, sono stati bloccati al fondo mediante viti, per rendere reversibile il montaggio.
Le crepe scomposte sono state stuccate e le piccole lacune del modellato sono state integrate con raccordi analogici.
La policromia complessiva è stata completata rapportandosi al colore rosso “terracotta” che costituiva lo strato più profondo ed esteso delle vecchie coloriture; si è integrata infine la doratura delle aureole, della cornice e di alcuni particolari decorativi che ne presentavano tracce antiche.
In particolare va detto che delle due stelle negli angoli in alto era leggibile solo quella di destra, a sei punte; durante la pulitura del fondo si è però trovata traccia, sulla sinistra, di una stella a otto punte, che è stata pertanto di riferimento per quelle attuali.
Nessuna integrazione è stata apportata in zone con abrasioni (forse dovute a tropo drastiche puliture) che hanno intaccato in profondità il modellato, così come sono stati lasciati vuoti i due spazi laterali allo stemma nella predella, dove profonde incavature hanno cancellato gli ornati originali.
Foto Lucia Vanghi, 2002
Foto Lucia Vanghi, 2002
I materiali:
- pulitura: alcool isopropolico; acqua demineralizzata e acetone (1/1); Neo-desogen;
- consolidamento: resina acrilica in soluzione al 10%;
- fissaggio di superficie: resina acrilica in emulsione al 3%;
- assemblaggio: malta a base di calce demineralizzata, polvere di quarzo, caolino micronizzato, resina acrilica in emulsione; mastice Uhu extra; tessuto-non-tessuto;
- stuccature: Polyfilla per interni;
- restauro pittorico: acquarelli W&N in gelwatol al 3%;
- struttura lignea: Permetar in petrolio (atitarlo); diluente nitro a. (pulitura); Paraloid B72 al 20% (consolidamento); gommalacca (finitura di superficie).
Lucia Vanghi

Lucia Vanghi, via S.Isaia 17, 40123, Bologna tel. 051 581498 e-mail: lucia.vanghi@libero.it

 

Nella storia della ceramica devozionale
(di Maria Cecchetti)
 
Nella storia della ceramica devozionale il modello plastico della “Madonna del Melo” ha goduto di una particolarissima fortuna.
Ignoto è l’autore, probabile scultore lombardo attivo tra la fine del sec. XV e l’inizio del sec. XVI.
Per questa immagine non si conosce un suo eventuale “marmo-originale”, ma moltissime repliche in terracotta e stucco, già diffuse dagli inizi del secolo XVI.
Gran parte di queste sono ancora esposte in tabernacoli devozionali ed anche quelle conservate in collezioni private o in musei provengono da esposizione esterna.

B.V. del Battiferro, Bologna.

Foto. Lucia Vanghi,  2002
Le prime repliche in ceramica policroma vengono datate alla fine del secolo XVI e agli inizi del successivo; si tratta di bei rilievi in terracotta rivestita ad ingobbio graffito, con policromia a ferraccia e ramina e rivestimento in vetrina, opera di botteghe carpigiane. In particolare questi rilievi presentano belle incorniciature a tempietto, con delfini o draghi nel timpano.

Targa a rilievo in terracotta ingobbiata e graffita.
Carpi, inizi sec.XVII
Collezione privata, Correggio

Di poco successivi sono gli esemplari delle fabbriche imolesi, dove l’incorniciatura è più semplice, le dimensioni sono un po’ ridotte e nella figura del Bambino è stata apportata una variante nella posizione del piede destro, non più puntato verso l’alto in un movimento naturalistico e vivace, ma steso e allineato al profilo della gamba, secondo un disegno più “di maniera”.

Targa a rilevo in terracotta ingobbiata
con policromia sotto vetrina.
Imola, metà se. XVIII.

Il modello non fu mai abbandonato dalle fabbriche imolesi e romagnole che lo hanno perpetuato fino ai nostri giorni, portando tutte le possibili varianti alla forma dell’incorniciatura e nella scelta dei motivi policromi.
Appennino Tosco Emiliano, foto Maria Cecchetti, 1980 Appennino Tosco Emiliano, foto Maria Cecchetti, 1980 Appennino Tosco Emiliano, foto Maria Cecchetti, 1980 Appennino Emiliano, foto Maria Cecchetti, 1980


Molte sono le immagini mariane con questo modello iconografico venerate in Emilia-Romagna; nell’elenco che presentiamo –sicuramente incompleto- sono purtroppo molti i casi in cui l’immagine originale è stata trafugata:

Beata Vergine del Battiferro (o dell’Olmo), S. Girolamo dell’Arcoveggio, Bologna
Beata Vergine del Bosco, Alfonsine
Beata Vergine del Fiume, Castel del Rio
Beata Vergine del Melo, Minerbio, Bologna
Beata Vergine dell’Olmo, Budrio
Beata Vergine del Sillaro, Medicina
Beata Vergine degli Ospedalieri, Imola
Beata Vergine della Consolazione, Massalombarda
Beata Vergine della Provvidenza (del Monte della Riva), Misano di Zocca
Beata Vergine della Provvidenza, Piumazzo
Beata Vergine della Misericordia (o delle Stuoie) Lugo
Beata Vergine della Salute degli Infermi (detta “della Coraglia", o “degli Ortolani”), Imola
Beata Vergine della Valle, Bevilacqua di Crevalcore
Beata Vergine della Vita
, della Chiesa di S. Agata, Imola
Beata Vergine della Virginal Maternità, Bologna
Beata Vergine delle Grazie di Alfonsine
Beata Vergine di Malandrone, Bombiana di Gaggio Montano
Beata Vergine di Pietra Mora (S. Maria Gratiarum de Ulmo), Brisighella
Salus Infirmorum, Chiesa dei Ronchi di Mezzolara