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| Storia delle targhe devozionali in Emilia - Romagna |
| Lungo i labirinti della topografia
accidentata che luomo affronta nel quotidiano cammino ad ogni variazione di percorso, ad ogni bivio, ad ogni passaggio, o ponte, o guado, ad ogni confine o soglia, egli è costretto a compiere una scelta, un passo determinante, ed è lì che, a tratti, affiora la labile coscienza di procedere di pari passo verso una meta "altra" a lui destinata. E forse da questa infinitesimale pulsione escatologica che nasce luso di esporre immagini sacre lungo le vie. Nelle nostre terre - lEmilia- Romagna - dove ha tratto alimento dal pensiero religioso cristiano, questa tradizione, che sicuramente nasce da impulsi religiosi profondi e comuni a tutta lumanità, ha avuto una storia di oltre cinque secoli, dal 400 ad oggi. Si tratta di una storia in gran parte legata alla qualità oggettuale, ceramica, delle immagini esposte e vede due momenti particolarmente significativi. Il primo, sul finire del 400, fu quello epocale "di Guttemberg", quando la diffusione della riproduzione a stampa permise il diffondersi capillare delle immagini sacre su carta e, contemporaneamente, lidea della riproducibilità "meccanica" venne attuata in forma plastica dai più industriosi scultori del Rinascimento, proprio per realizzare immagini destinate alla devozione privata. In Emilia-Romagna non trovarono fortuna le famose maioliche dei Della Robbia, ma piuttosto rilievi replicati da stampo in semplice terracotta, o scagliola, o gesso, opera delle botteghe di non meno importanti scultori, quali Benedetto da Maiano, il Rossellino, ed altri. Il secondo passo significativo, che vide il deciso sviluppo popolare, quasi di "massa", della tradizione di esporre immagini risale allinizio del 600, da molti interpretato come una risposta popolare alla catechesi controriformista. La Controriforma in contrasto agli eccessi iconoclasti della "eresia" luterana rivalutò alcune forme di devozione popolare che avevano le loro radici in immemori comportamenti "primordiali", f ra queste anche la devozione rivolta a immagini popolari. |
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In questo clima agli inizi del 600
prese avvio |
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| Sempre
dagli inizi del secolo XVII, più a Ovest, le botteghe ceramiche di Carpi, Modena, Reggio Emilia, si avvalgono della loro consolidata perizia nel "graffito", per dar forma alle immagini mariane e santorali del luogo, e in questo trovano i modelli iconografici, nonché conferme di gusto nello stile incisivo dellintaglio, nelle xilografie dei Soliani. |
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| A
quelle date quasi un sentimento di collezionismo devoto, sembra insinuarsi nel lavoro dei "don Pino", e poco dopo del misterioso "F.C.", della bottega di Francesco Vicchi, di Faenza. Questi ceramisti/pittori riprodussero, nei toni leggeri del "tardocompendiario", ad una ad una le Madonne delle chiese faentine, su ciotole, piatti, scodelle ed altro vasellame, ma soprattutto su acquasantiere e su targhe con cui contrassegnare la soglia di casa. Quasi simultaneo in tutta la regione è quindi lavvio della grande produzione popolare di targhe devozionali, così come non avrà soluzione di continuità in tutta la regione nei due secoli successivi. |
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| Nel
700 e nell 800 le varie scuole si
intrecceranno e uniformeranno in gran parte la produzione. Soprattutto questo accadrà per le targhe a rilievo, dove da una matrice era possibile ricavare più e più esemplari, e dove un modello poteva passare da bottega a bottega attraverso calchi e stampi, senza impedimenti di sorta. (Ora noi possiamo individuare aree di produzione e scuole quasi esclusivamente sulla traccia delle scelte cromatiche, oltre che sulla qualità del materiale ceramico, secondo attribuzioni formali non sempre sicure). |
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| Possiamo
tuttavia ipotizzare che Bologna, nei secoli XVII e XVIII, rispetto ai più conosciuti centri regionali di produzione di targhe ceramiche dipinte in policromia (Imola, Faenza, Carpi), potrebbe avere avuto il primato dellimmagine scolpita, per mano dei suoi maestri intagliatori del legno e maestri plasticatori della terracotta. Dai confronti su quanto oggi risulta da molti censimenti sul territorio emerge la grande varietà e ricchezza di questa produzione bolognese che ha dato vita a formelle di elegante modellato, con elaborate cornici, prodotte in semplice terracotta o con rivestimenti monocromi ad ingobbio e vetrina. (Forse solo dal secolo XIX qualche fabbrica bolognese propone le sue targhe anche in ceramica policroma, sempre con temi iconografici di sicura matrice bolognese). |
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| Naturalmente
il primato per la targa eseguita in pittura su lastra piana va assegnato a Faenza. Se il lavoro dei plasticatori bolognesi ebbe il destino di frantumarsi nei mille rivoli della duplicazione da stampo, quello dei pittori faentini invece prosegue intatto per tre secoli, lungo i quali ogni lastra dipinta resta un unicum, una piccola tavola pittorica. Quasi sempre sono anonimi i maestri, che possiamo distinguere per il loro inconfondibile ductus e, per ora, vengono identificati con sigle e date. |
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Come si è detto, l avvio
della grande produzione popolare di targhe devozionali in
ceramica Maria Cecchetti |
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